Qual è il periodo migliore per viaggiare in Australia?

Il mese più freddo in Australia è quello di luglio, durante il quale la temperatura massima si attesta intorno ai 17°C, mentre la minima raggiunge gli 8°C circa. Febbraio, invece, è il mese in cui le precipitazioni sono più intense, presentando una media di 126 mm. Dal punto di vista del clima, il periodo ideale per prenotare un volo per l’Australia va da ottobre a gennaio, quando però i prezzi possono essere più alti. Tra le festività che attirano il maggior numero di curiosi provenienti da tutto il mondo ci sono il Labour Day, che cade il primo lunedì di ottobre, e l’Australia Day, celebrato il 26 gennaio.

Qual è la durata dei voli per l’Australia?

Le rotte più popolari per l’Australia sono Roma-Sydney e Milano-Melbourne. In entrambi i casi la durata del volo low cost per l’Australia si aggira tra le 21 e le 46 ore. Il tempo reale del viaggio può dipendere dal numero di scali intermedi, dal momento che non sono disponibili voli per l’Australia diretti, bensì con scalo generalmente a Hong Kong e Nuova Delhi.

Serve il passaporto/visto per visitare l’Australia?

Per raggiungere l’Australia dall’Italia è necessario munirsi di passaporto, valido per almeno i sei mesi successivi alla data di partenza, e di visto o, in alternativa, dell’ETA, ovvero dell’autorizzazione di viaggio elettronica, che può essere richiesta online o tramite la compagnia aerea.

Informazioni raccolte sul sito momondo.it



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L’estate scorsa a cavallo di Ferragosto, ebbi la possibilità di scegliere una destinazione dove poter fare una vacanza, non in una città d’arte dove visitare musei o fare passeggiate tranquille senza faticare o rilassarmi troppo, ma andando alla ricerca del mio ideale di relax: trekking, uscite ed esplorazioni.

Bene, quella volta decisi di regalarmi una vacanza in un’area isolata, lontana e tranquilla…. decisi di partire per le Isole Azzorre, 9 isole vulcaniche disperse in mezzo all’oceano Atlantico, a metà circa tra la costa portoghese e quella nord americana, appartenenti politicamente al Portogallo. In queste isole domina la natura totalmente incontaminata, vegetazione rigogliosa, terreno vulcanico, popolazione usi e costumi davvero affascinanti, luoghi unici dove l’isola più urbanizzata quasi tipicamente europea è Sao Miguel con il capoluogo Ponta Delgada, industrializzata, ricca e bella che si contrappone totalmente alle isole di Flores e Corvo dove non c’è nulla (o quasi) in un contesto veramente meraviglioso.

Il tour riguarda l’esplorazione e la visita di cinque isole, in successione (con alcuni dati tecnici):

  1. Rocha do Chambre: giro circolare, difficoltà media, estensione 9,3 Km, tempo percorrenza 2.30 h, dislivello 200 m.
  2. SAO MIGUEL. Mata do Canario (Sete Cidades): giro circolare, difficoltà facile, estensione 12 Km, tempo percorrenza 3 h, dislivello 550 m in discesa.
  3. Furnas e Lagoa Fogo (Sao Miguel): giro circolare, difficoltà facile, estensione 9,5 Km tempo percorrenza 3 h, dislivello 120 m.
  4. SAO JORGE. Norte Pequeno: giro circolare, difficoltà media, estensione 11 Km, tempo percorrenza 3 h, dislivello 450 m.
  5. Serra do Topo (Sao Jorge): giro lineare, difficoltà media, estensione 18 Km,  tempo percorrenza 2,30 h, dislivello 600 m in discesa.
  6. Salita al vulcano: difficoltà media e tempo di percorrenza tutta la giornata, dislivello circa 1100 m.
  7. Caldeira: giro circolare, difficoltà facile, estensione 7 Km, tempo percorrenza 2.30 h, dislivello poco meno di 200 m.

Ogni isola ha caratteristiche particolari e una sorta di carta d’identità, la permanenza in ogni tappa è stata di 1/2 giorni spesso, però, disturbata dal tempo variabile e non molto clemente…ma immergiamoci nei luoghi: con un volo TAP Portugal arriviamo nel tardo pomeriggio a Terceira (prima isola) e andiamo verso il nostro alberghetto che ci ospiterà una notte. Cena in un tipico ristorantino locale ad Hangra do Heroismo, dominata dal monte do Brasil, passeggiatina nel centro città e subito a letto per il primo giorno di escursione.

Hangra do Heroismo

Hangra do Heroismo

 

Il primo giorno di trekking è incentrato sull’esplorazione di un luogo ricco di vegetazione, conetti vulcanici spenti e paludi che percorreremo in una sorta di giro ad anello, con un’ampia vista sulla zona circostante. Il sentiero è stato costituito su roccette e a tratti sembra una corsa ad ostacoli ma molto bello. Il giro ha impiegato tutta la mattinata, nel pomeriggio abbiamo fatto un’altra bella escursione in un’area vicina chiamata Rocha do chambre, che rappresenta sostanzialmente una vastissima depressione circondata da falesie alte anche un centinaio di metri.

Il percorso si snoda tra salite e discese, si immette dentro i boschi di varia natura e alla fine delle salite prima si intercetta una delle tante scarpate che danno a valle e successivamente nel punto più alto anche la vista fino a mare. La salita è stata a tratti pesante con tempo nuvoloso e qualche segno di pioggia. Speravamo di poter fare un bel bagno nei pressi di Biscoitos, piscine naturali circoscritte da scogli nel lato nord dell’isola. Il tempo alla fine è stato tranquillo, un bagnetto veloce per poi risalire e attraversare l’isola di Terceira e andare nel capoluogo da una costa all’altra. Così tra la cena e una passeggiata notturna, si conclude il primo giorno di trekking facili.

 

Il giorno successivo si passa alla seconda isola: Sao Miguel, da qui ci spostiamo in aereo molto presto e torniamo indietro fino ad atterrare a Ponta Delgada, il capoluogo più grande e urbanizzato dell’intero arcipelago. Dall’aeroporto, molto bello anche se piccolo, ci spostiamo in B&B e subito andiamo in zona Provoacao (Est dell’isola), dove c’è la possibilità di risalire un torrente e di trovare una bella cascata per farsi un bagno rilassante nel laghetto ghiacciato. Scendendo sul tracciato pieno di curve e molto pendente arriviamo sul lungomare per osservare le coste frastagliate. Al ritorno ci immergiamo nella vita notturna di Ponta Delgada tra passeggiate al porto, in centro, mercatini e cena in un tipico ristorante locale.

Il giorno successivo alla volta del settore ovest dell’isola, arriviamo in una zona chiamata Mata do Canario. Si tratta di una vastissima caldera larga alcuni chilometri, con un sistema di laghi al proprio interno e con un percorso ad anello che ti permette di costeggiare gli aspri pendii degli orli di questa caldera.

Le sommità spesso ricoperte dalle nuvole di passaggio creano un’atmosfera misteriosa; una scarpata di centinaia di metri finisce dritta nel lago, percorrendo il sentiero facile ogni 10 m è possibile rivedere i fantastici punti panoramici adatti alla fotografia e alla fine avere la possibilità di scendere a valle e rilassarsi facendo un bagno nelle acque fresche o affittando una canoa.

Proseguendo si risale verso il punto di inizio escursione (se siete stanchi e accaldati dalla giornata potete prendervi un taxi perché la salita è lunga e sull’asfalto) per affacciarsi nella vista più bella della zona, la vista do Rei dove si può ammirare tutto!

 

sete cidades e bagni di biscoitos (sao miguel)

 

cattedrale di ponta delgada (sao miguel)

L’ultimo giorno a Sao Miguel prevede il giro affascinante di due aree vulcaniche molto particolari: Lagoa Furnas e Fogo. Partendo da Ponta Delgada si arriva verso il centro dell’isola in località Lagoa do Fogo, antico centro eruttivo dove persiste la presenza di un bel laghetto, il nostro giro si occupa di fare la circumnavigazione del lago. Facciamo una panoramica abbastanza rapida sull’intera area e dopo qualche ora di macchina arriviamo a Lagoa das Furnas. Qui si ammira la bellezza di un altro lago dentro una caldera e ancora si passa da un’area geotermica molto bella e interessante. Qui i ristoratori locali usano seppellire le loro pentole contenenti gli alimenti e sfruttano il calore terrestre per cuocerli, una cosa davvero originale, ogni pentola ha il nome del ristorante al quale appartiene. Proseguendo il giro ci si immette in una carrareccia che ci fa fare il giro completo del lago, all’incirca un paio di ore e si ritorna al punto base. Nella stessa area troviamo piscine naturali con acque riscaldate a circa 40 gradi e altre vasche a temperature più alte (ovviamente segnalato) dove non è possibile fare il bagno. In questo parco vi è un museo geologico, uno shop e un cafè. Una volta conclusa questa giornata ceniamo in loco e in serata ci avviamo per l’ultima serata a Ponta Delgada, facendo vari stop lungo il tragitto per ammirare la costa.

Il giorno successivo si parte alla volta della terza isola: Sao Jorge.

Con un volo tra le isole approdiamo all’isola di Sao Jorge e andiamo a Velas, la città che ci ospiterà due notti. La sera ci concediamo del relax alla scoperta della città: qualche locale, un unico supermercato, una piazza, qualche negozio e una banca.

Il giorno seguente facciamo un trekking, tra i più pesanti: l’attraversamento dell’isola dalla costa sud a nord, passando per il punto più stretto dell’isola seguendo una pesante salita dal livello del mare fino alla vetta della montagna. Quindi attraversiamo l’area salendo il monte immersi nei boschi e attraverso pendii molto acclivi e scavati da torrenti occasionali. Si scende dall’altro lato della costa, arrivando al livello del mare ci godiamo una meritata tranquillità con birra e aperitivo.

Il giorno successivo dopo una mattinata free a spasso per la città, abbandoniamo Sao Jorge in traghetto per raggiungere l’isola di Pico, l’isola poco distante e dominata dal suo vulcano più alto la montanha do Pico che sembra un imbuto rovesciato, con una forma davvero insolita e particolare. Lasciamo le valigie e andiamo nella costa Sud a fare avvistamento di balene e delfini (circa 3 ore) a largo di Pico. Per cena ci sistemiamo in un localino tranquillo e appartato nel porto di Sao Roque do Pico.

La giornata successiva parte nel migliore dei modi, sole e temperatura gradevole, saliamo in taxi verso la casa da muntanha punto base delle escursioni per la scalata al monte Pico (2351 m). Ma qualcosa cambia, una nuvola nera gigante si sposta velocemente dal mare verso la montagna, l’umidità sale e quella che sembrava essere la giornata perfetta per scalare il vulcano si trasforma in nebbia, vento e pioggerella. Si avvia la camminata ma sfortunatamente le condizioni meteo ci hanno bloccato a metà percorso e costretti a tornare al rifugio.

Articolo scritto da Giuseppe Marsala 

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In tutto il continente subindiano credi antichi e riti ancestrali si uniscono alla religione, senza mai fondersi completamente originando cerimonie sacre  e riti pieni di significato. I villaggi del distretto di Ganjam, non lontano da Gopalpur a circa 170 km da Bhubaneswar in Orissa, si animano in occasione di una rappresentazione rituale che si svolge annualmente in primavera nel mese di Chaitra per circa 3 settimane (corrispondente ad una sorta di capodanno per gli indù dell’Odisha), dove gruppi di persone ballano scalzi per le strade imperterriti dal caldo torrido per placare la dea Kali. Il ritmo dei tamburi, dei piattelli e delle conchiglie riverberano nell’aria quando la danza tradizionale ha raggiunto un crescendo di fervore religioso e culminante nel “Maha Bishub Sankranti”.  I fedeli partecipanti sono solitamente chiamati Danduas o Bhokats e il loro capo riconosciuto è noto come Pata Dandua (Pata Bhokta), che si sposta da un villaggio all’altro per eseguire lo Yatra, conducendo una vita ascetica per 21 giorni, evitando ogni contatto con la donna o qualsiasi cosa al mondo e assumendo cibo molto leggero, probabilmente per rendere il suo corpo adatto a esercizi severi. Il rituale è dedicato al Dio Shiva e alla Dea Kali (che con il nome Shakti governa l’energia materiale perennemente in mutamento), che sono rappresentati da un Danda (bastone) e da un palo decorato con diversi vestiti colorati. Durante questa antica festa dell’autopunizione (Il cui Clou è la partecipazione al Danda Yatra, noto anche come Festival dei Fachiri o Pana Sankranti ) i devoti  per ben 21 giorni praticano il digiuno totale dal cibo, concedendosi solamente verso sera un bicchiere di succo di frutta. Si spostano fra i villaggi accompagnando i loro ancestrali riti e performances con musiche e canti.  Il gettarsi e rotolarsi sulla sabbia rovente nelle ore più calde del giorno è una penitenza che devono compiere tutti i fedeli Bhoktas in cambio di offerte di piccole somme di denaro elargite dagli abitanti del villaggio. I penitenti  si mischiano infatti con loro, presi da una frenesia sempre più compulsiva, dove i rituali del Danda Yatra non si fermano.  Fino al calar delle tenebre essi si succedono senza sosta, fino a quando il fuoco accende ancora di più gli animi dei partecipanti e i riti punitivi si mescolano a canti e rappresentazioni  di teatro mitologico.  Il momento culmine della festa avviene il 21° giorno del Danda Yatra, l’ultimo, quando riti e iniziazioni giungono al termine e i devoti Boktas attraversano una buca profonda 21 piedi riempita di carbone ardente, con la forte convinzione nel Dio Shiva che nulla accadrà ai propri piedi e che gli Dei diano loro la capacità di cancellare il dolore dai loro corpi. Il primo a camminare sul fuoco è il Pata-Bhokta, leader  dei devoti per infondere fiducia agli altri.

L’insolita festa DANDA YATRA, poco nota fuori dall’India, è il pretesto per proseguire la visita dell’Orissa e del confinante Chhattisgarh, che riservano interessanti approfondimenti culturali a Konark, con il Tempio del Sole, concepito architettonicamente come un grande carro, trainato da sette cavalli e atto a trasportare Surya, il Dio del Sole, e presso il complesso templare di Bhoromdeo, famoso per i suoi Templi Antichi decorati con scene erotiche, simili a quelle di Khajurhao, tali da definire la città con l’appellativo di “Khajuraho del Chhattisgarh”.

Non mancano nel contesto ambiti naturalistici con le visite alle Cascate di Chitrakut (conosciute localmente come le “cascate del Niagara in India”) e del Kanha National Park, per effettuare un memorabile safari alla tigre indiana. Antropologicamente nel territorio si sviluppa un itinerario tribale lungo i principali villaggi Adivasi (termine sancrito con cui è indicato in hindi l’eterogeneo insieme dei popoli aborigeni dell’India), visitando colorati mercati settimanali, frequentati dalle principali etnie locali: Dongariah Kondh (le cui donne sono riconoscibili per il piercing di 3 orecchini con cui adornano le narici del naso), Desia Kondhs che credono nell’animismo e attribuiscono le malattie all’intervento di spiriti (le cui donne amano adornarsi con piercing con più orecchini auricolari) e i Mallia Kondhs, le cui donne hanno le facce tatuate con i motivi delle tigri.

Nel particolare tattoo I baffi sono simboleggiati da due cerchi speculari ai lati del mento. Sembra che il tatuaggio tragga origini dalla credenza di uno sciamano che con la pratica  della magia nera, possa di notte incontrare una donna e trasformarla in tigre. Con il tatuaggio si vuole neutralizzare questa trasformazione indicando che la donna è già una tigre. Piccoli di statura sono gli aggressivi Bonda (le cui donne indossano grandi collane di perline colorate che sovrastano la testa rasata fino a scendere ed incorniciare il collo, miste a collane di alluminio). Le ragazze si sposano non prima dei 20/21 anni, mentre i ragazzi si sposano verso i 14/16 anni, così le donne nella maturità possono contare su mariti più giovani. La dote va data alla famiglia del ragazzo. Qualche volta la congiunzione avviene per rapimento “ knap” ma è un’eccezione e in ogni caso si deve ristabilire l’armonia e gli interessi delle famiglie coinvolte.

Loro vicini sono i Bodo-Garaba, le cui donne più anziane portano grosse collane di alluminio e grandissimi orecchini. Una loro danza tipica consiste nella partecipazione sia delle donne più anziane che delle giovani ragazze e le bambine, le quali ballano a centri concentrici legate con le braccia le une alle altre al ritmo dei tamburi.

Sconfinando nel rurale Chhatisgarh si ha anche modo di visitare i villaggi di Bastar, Dandami, Abhuj Maria e Baiga ed il particolare gruppo etnico dei Bison Horn Maria, sottogruppo dei Gond. Questa denominazione deriva da un copricapo indossato nei matrimoni durante le danze adornato con le corna del bisonte selvatico.

Gli uomini tradizionalmente si caratterizzano per portare capelli lunghi raccolti in una coda di cavallo mentre le donne indossano semplicemente una gonna bianca con la parte superiore del corpo nuda e adornata di numerosi gioielli. Sono assidui consumatori di landa, una birra prodotta dal riso. La loro fede mescola credenze animistiche e indù con una forte credenza nella stregoneria.  E’ questa un’India così eterogenea , con i forti caratteri tribali di alcune minoranze ancora allo stato primitivo, dai capelli crespi e dalla carnagione scura, dedite a caccia, allevamento di bestiame, agricoltura ed artigianato, legate ad arcaiche regole sociali, credenze animiste e consuetudini di vita lontane, che si scontra anni luce dal resto del subcontinente. E’ un’India molto simile all’Africa nera delle genti e dei mercati, discendenti di quegli Adivasi popoli aborigeni indiani, che tra la fine del II millennio a.C. e l’inizio del I vennero a contatto e si scontrarono con le tribù Arya che stavano invadendo il subcontinente indiano e pertanto  i suoi territori sono sovente appellati  AFRICA IN INDIA.

TESTO E FOTO DI GIUSEPPE RUSSO

http://www.giusepperussophoto.it/category/blog/

Giuseppe Russo è un viaggiatore, fotografo, blogger e reporter con oltre 20 anni di esperienze e collaborazioni di viaggio per il mondo come Tour Leader. I suoi reportage sono pubblicati, oltre che su “Mikustars”, anche sul suo Blog   ZOOM,ANDATA&RITORNO DI GIUSEPPE RUSSO http://www.giusepperussophoto.it/category/blog/    info@giusepperussophoto.com  

Questo itinerario fa parte di un progetto un viaggio in India Orissa, proposto dall’operatore VIAGGI TRIBALI dal 10 al 27 Aprile 2018 http://www.viaggitribali.it/viaggio/orissa-danda-yatra-viaggio-india/

info@giusepperussophoto.it    

 

 



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Giunsi a Skopje, capitale Macedone verso i primi di agosto, faceva un caldo terrificante e la fatica di un viaggio su e giù per Grecia, Turchia, Est Europa, Germania e Balcani, prevalentemente in autostop, si faceva sentire lo devo pur ammettere

Avevo vagabondato a lungo per Romania e Serbia alla ricerca di campi e villaggi rom per fare eccentrici incontri e scatti per reportage che avevo in testa – magari poi qualcosa vi mostrero’ –, e ora che mi trovavo in Macedonia venivo a sapere che il più grande villaggio zingaro era situato proprio ai margini della città in cui ero  da poco arrivato

Conobbi un po’ Skopje, restai qualche giorno, presi alcune dritte su come giungere a Shutka e salii poi su un taxi e gli dissi bene amico portami a questo villaggio gipsy. Per quattro spiccioli quello mi accompagno’ dunque a Šuto Orizari, in arte Shutka, il quartiere di Skopje che ospita circa 50mila gitani provenienti da tutto il mondo. Quando negli anni Sessanta la terra tremo’ in Macedonia, gli zingari del quartiere di Topana dovettero trasferirsi qui, e venne dato vita un progetto di inserimento sociale della comunità gipsy nel normale ordine democratico, giacché gli zingari che iniziarono a confluire da ogni dove si contavano nelle decine di migliaia. Qui a Shutka i rom hanno due canali televisivi, stazione radio, commissariato di polizia, politici rom in parlamento, e la lingua ufficiale del villaggio é il Romani, che é molto probabilmente retaggio di un antico dialetto hindi, patrimonio culturale gitano. C’é anche un gruppo hip-hop, il Shutka Roma Rap, e diverse associazioni che si occupano dell’integrazione gitana nel mondo contemporaneo: una materia delicata per chi non é disposto a trattare su determinati aspetti della propria cultura, per servirne un’altra.

Ho soggiornato a Shutka una decina di giorni, appena sceso dal taxi mi sono recato in esplorazione per il villaggio e chiacchierando con un signore di nome Sebastian ho rimediato l’alloggio per quei giorni che volevo restare: mi ospitava lui, in cambio di qualche miliardo di denari, che é la moneta locale in slang gipsy. Avevo a mia disposizione una stanzetta spartana con finestra sul dirupo umano più colorato e caotico che abbia mai visto. La parte del villaggio dove stava lo zio Sebastian era infatti a ridosso delle case di legno e delle baracche. A Shutka convivono pacificamente migliaia di persone degli strati sociali più diversi, e pure delle religioni più disparate, con prevalenza di musulmani e cristiani evangelisti. La parte alta é la più benestante, ci sono grosse case con cancello e muretti, belle macchine, negozi accessoriati, strade asfaltate ma scendendo invece la situazione si ingarbuglia in decine di stradine sterrate strette dalle quali sporgono catapecchie che paiono essere sopravvissute a immani catastrofi con punte di devastazione urbana davvero mirabili

Dappertutto c’erano bambini, avevo bambini sempre attorno sin da quando son sceso dal taxi. Che volevano, niente stare un po’ con l’alieno, io, non capita spesso che qualche d’uno atterri da quelle parti e decida di restare qualche tempo. Ma tutti a Shutka erano curiosi di chi fossi, e io tranquilli gli dicevo, se voi siete zingari di sangue io lo sono perlomeno di spirito, possiamo dunque vivere in pace, vengo per capire come vivete qui. In più ci buttavo in mezzo due parole in romani e altre due in slavo e quelli vieni amala a bere qualcosa, e mi invitavano da una porta all’altra, e facevo surreali incontri di casa in casa, cosi che ne ho conosciuti molti di zingari di Shutka, e li frequentavo in quei torridi giorni di ferragosto, tra una birra al Gipsy Café e una passeggiata ai bazar, oppure in fondo valle, a portare i cani che c’era un po’ di verde

Sono stato invitato a fare da fotografo in diversi matrimoni, giacché in quel periodo molti gitani si sposano visto che durante l’estate si ha l’exploit di presenze, dunque di baldoria, nel villaggio zingaro più grande del mondo, ed é l’occasione giusta per agghindarsi e mettersi in mostra, per la festa, tra musiche euforiche ed incessanti, tutto orchestrato secondo le leggi e le tradizioni gitane  che impongono quasi, uno stile di vita variopinto ed eccentrico, ma pure ligio ai fondamenti di questa controversa e quasi inafferrabile etnia. Mi volevano bene gli zingari di Shutka, mi si ruppe la macchinetta per barba e capelli, le lamette non le sopporto e non c’era modo di comprarne una nuova, uno dei barbieri del posto mi disse che potevo fare da me quando ne avevo bisogno, entravo mi radevo gli lasciavo qualcosa e me ne andavo, era bello capirsi al volo per una volta con gli altri uomini. Fu poi un buon chavo che mi invitava ogni giorno a merenda, l’amico Remo, a raccontarmi alcune vicissitudini che viveva il popolo nomade per antonomasia, ora che il governo macedone imponeva nelle scuole l’insegnamento di un dialetto Romani scolastico e standardizzato che gigliottinava in questo modo secoli di trasmissioni orali frammentarie e parziali che rendevano cosi errante, misteriosa e dannata la saga gipsy. Noi ci siamo sempre capiti fra noi in giro per il mondo perché siamo furbi, siamo zingari, ora la scuola ci vuole normalizzare, ci vuole rendere stupidi  come tutti gli altri – mi diceva Remo. Ma amico mio voi siete cosi tanti in giro per il mondo, e che io sappia solo qui a Shutka c’é una scuola che si occupa della vostra lingua, gli risposi. Hai ragione sono proprio degli sciocchi, mi preoccupo per niente

Sai, se vai con gli zingari il minimo che ti chiedano in giro o che pensino le persone é che sei andato a rubare o a fare chissà quale oscuro incantesimo, io invece, a Shutka, cosi come nelle tziganie romene, ho bivaccato allegramente, mangiando ridendo e scherzando con ottima gente, che ha condiviso senza problemi quel che aveva con me, che mi ha accettato con serena benevolenza, e che mi ha lasciato nel cuore quella vispa luce negli occhi che non si compra, non si vende e non si mendica, ma che si trasmette di cuore in cuore, di generazione in generazione, come testimonianza di spirito. Quella o ce l’hai oppure no, e io ce l’ho un po’ di mio e un po’ perché me l’han testimoniata i miei amici zingari. Per esempio quella mattina, in cui già stavo ospite da altri ragazzi, mi ero trasferito per conoscere più sfumature del villaggio e della popolazione locale, e uno di  questi mi sveglia e mi dice che c’era da lavorare. Dopo i bagordi della sera prima supposi stesse scherzando all’interno di un incubo che stava diventando sin troppo reale, manifestandosi bifolco  fra le luci già torride dell’alba, ma poi mi guardo’ con quella cispa dannata che hanno loro negli occhi e mi disse senti amala – senti amico, quanti dei tuoi amici hanno lavorato a Shutka con gli zingari a ferragosto?, tentai di rispondere nessuno ma quello già mi aveva porto una tazza di caffé, aggiungendo arripijate frate’ – molti di loro parlano molto bene l’italiano e altre lingue europee –, sarà abbastanza dura oggi, con tanto di cinematografica pacca sulla spalla. Fu la giornata più straziante della mia vita, ho spalato letteralmente un milione di palate di fango e sabbia e fatto su e giù incessantemente per le scale con pesanti sacchi di cemento e mattoni dalla mattina sino al tramonto. I miei gipsy hosts stavano infatti costruendo una casa, quella in cui già dormivo, e io mi trovavo li a dargli una mano, senza riparo da un sole cocente, giurai nella fatica, che perlomeno avrei raccontato questa impresa. Venni anche infatti debitamente pagato, e mi potei ubriacare di alcol, poesie gitane e di vita come nessun Baudelaire avrebbe mai saputo fare

Trascorsi dunque giocondi e festanti giorni in quel di Shutka, facendo esperienze di valore inestimabile che continuo a rivivere e amare di nuovo nelle melodie zingare e balcaniche che m’ascolto di tanto in tanto, é molto importante tessere scene e musica durante i viaggi, mi fanno molta compagnia poi queste cose come certe immagini che ho scolpito nell’anima, quella mia vagabonda che danza pel mondo come i bambini di Šuto Orizari

Claude Novatore

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Ciao a tutti, siamo Chiara e Fabio. Abbiamo il progetto blog “Allemandich in viaggio” (https://www.allemandich.it) che si rivolge a tutti gli appassionati di viaggi, in particolar modo slow. Siamo due camperisti e le nostre mete sono Europee ed Italiane.

 

Il Selciato del Gigante, o Giant’s Causeway, è uno dei luoghi più iconici d’Irlanda, sospeso tra mito e realtà.

La leggenda narra che tanto tempo fa, sulle coste dell’Isola di Smeraldo, abitasse il gigante Finn McCool insieme a sua moglie. Finn un bel giorno entrò in disputa con il gigante scozzese Angus per stabilire chi dei due fosse il più forte, pur non essendosi mai incontrati di persona, e si mise quindi all’opera per costruire una lunga strada fatta di immensi blocchi di basalto per poter raggiungere il rivale. Quando ne intravide la sagoma in lontananza, tuttavia, si fece prendere dal panico e corse di nuovo verso casa, dove pregò la moglie di aiutarlo a nascondersi. La moglie così fece: lo travestì da bebè e gli disse di sdraiarsi all’interno di una grande culla. Quando Angus venne a bussare alla loro porta, chiedendo dove fosse Finn per poter dare inizio allo scontro, la moglie disse che non sapeva dove fosse il marito, e che lei doveva occuparsi del loro infante. Angus si sporse sopra la culla…e incontrò lo sguardo del bebè più grande che avesse mai visto. E se il figlio era così, chissà come doveva essere immenso il padre…! Il gigante, terrorizzato, corse via, e per far sì che Finn non potesse più raggiungerlo distrusse il sentiero che collegava Irlanda e Scozia.

C’è chi dice invece che il selciato sia stato costruito da Finn per raggiungere la sua amante scozzese…Ma non lo sapremo mai. Quello che sappiamo per certo, però, è che in Scozia possiamo realmente trovare  formazioni basaltiche simili a quelle irlandesi, per la precisione presso l’Isola di Staffa e la grotta di Fingal.

Le formazioni basaltiche più caratteristiche del Selciato

Ovviamente la cosa più iconica se parliamo del Giant’s Causeway è il complesso di circa 40.000 colonne basaltiche di cui abbiamo parlato in precedenza: grossi blocchi di forma prismica a base esagonale, anche se non mancano formazioni con più o meno lati. Raggiungono altezze diverse e dalla costa si spingono fin dentro l’oceano, e i turisti possono scalarle in modo agevole facendo però attenzione alle superfici scivolose e ai venti che spesso spazzano con forza la zona. La forma estremamente regolare di queste strutture basaltiche, così perfetta da sembrare davvero scolpita da mani umane, si deve in realtà ad un’eruzione vulcanica avvenuta tra i 50 e i 60mila anni fa.

Blocchi a parte, vi sono anche altre formazioni rocciose degne di nota: lo Stivale del Gigante, dalla forma appunto di una calzatura; l’Organo, con imponenti strutture rocciose verticali, simili proprio alle canne di un organo; la Gobba del Cammello, una formazione che ricorda il profilo di un cammello disteso.

Le varie particolarità del luogo e le formazioni più degne di nota sono spiegate nel dettaglio dalle audioguide che vi saranno consegnate al momento di fare il biglietto.

Il Centro Visitatori e i vari circuiti

Prima di addentrarvi lungo il Selciato del Gigante dovrete necessariamente passare per il Centro Visitatori: si tratta di un complesso moderno, con punti ristoro, punto shopping e vendita dei biglietti. Qui potrete, come detto prima, noleggiare anche le audioguide. Subito fuori dal Centro inizia la vostra passeggiata ma, se siete pigri, potrete raggiungere il Selciato con comode navette shuttle gratuite. La durata della camminata, invece, dipenderà dal tipo di circuito turistico che desiderate percorrere: ce ne sono ben 4, dal più semplice al più complesso dal punto di vista escursionistico. Il più breve è completamente su strada pianeggiante, e vi porterà a visitare solo alcune delle formazioni più famose. È tuttavia percorribile anche dalle persone più anziane o meno allenate. Il secondo percorso è un po’ più esteso, ma sempre su terreno pianeggiante.

Per vedere da vicino l’Organo, invece, dovrete per forza di cose avventurarvi lungo un sentiero un po’ più impegnativo, che vi porterà a salire più in alto e che quindi vi richiederà uno sforzo maggiore. Niente di infattibile però: si tratta sempre di una breve passeggiata, ed è adatta anche a persone non particolarmente allenate.

L’ultimo percorso del circuito è invece quello di durata e complessità maggiori, ma resta comunque fattibile. L’unica parte realmente faticosa è la scalinata che dovrete salire per raggiungere la cima del promontorio, più che altro perché non è troppo larga, è ripida e i gradini non sono regolari…Con un po’ di cautela e di fiato, però, raggiungerete la vostra meta, e da qui potrete rimirare dall’alto tutta la zona. Lo spettacolo è magnifico, e se troverete bel tempo sarete testimoni sicuramente di un magnifico gioco di contrasti tra il blu del cielo e del mare e il nero delle formazioni basaltiche…Ma noi non abbiamo avuto questa fortuna.

La zona è anche popolata da numerosi esemplari di flora e, soprattutto, di fauna, in particolar modo uccelli marini.

Il Selciato del Gigante: come raggiungerlo e altre informazioni utili

Il Giant’s Causeway è comodamente raggiungibile sia con mezzi propri, che potrete posteggiare nell’ampio parcheggio in prossimità del CentroVisitatori e il cui costo è compreso nel prezzo del biglietto, oppure con mezzi pubblici; numerosissimi inoltre i tour organizzati che vi porteranno qui.

 

L’ingresso è consentito a partire dalle ore 09.00, mentre gli orari di chiusura dipendono dai mesi dell’anno:

– gennaio, novembre, dicembre : 09.00 – 17.00

– febbraio, marzo, ottobre: 09.00 – 18.00

– aprile, maggio, giugno, settembre: 09.00 – 19.00

– luglio, agosto: 09.00 – 21.00

 

In generale prevedete una visita di 2-3 ore, specie per i circuiti più lunghi.

Il costo è attualmente di 8.50£ per gli adulti, 4.25£ per i bambini e 21£ per le famiglie.

Alcuni percorsi sono accessibili anche ai disabili e ai bambini in passeggini e carrozzine.

I cani sono ben accetti, purché tenuti al guinzaglio e adeguatamente controllati.

Contatti: Bushmills BT57 8SU, Irlanda del Nord

+44 28 2073 3419

Sito Web Ufficiale: www.giantscausewayofficialguide.com (sito in inglese)

 



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Quante persone durante l’anno sognano di pianificare un viaggio per l’Islanda in estate, cercando di curare tutto nei minimi dettagli, risparmiando tempo, fatica e soldi, anche sperando in un clima gradevole e meteorologicamente tranquillo per godere di tutte le meraviglie assolute che quest’isola offre: vulcani, geyser, ghiacciai immensi, cascate e distese, fiumi e bagni termali.

Beh… l’itinerario (pianificato a mio parere nel migliore dei modi con un gruppo di 30 persone più 2 docenti dell’Università di Catania e della Calabria nell’ambito di escursioni didattiche per l’insegnamento di vulcanologia regionale) proposto, facile e adatto a tutti, della durata di 12 giorni, comprende l’arrivo nella capitale, la traversata centrale verso Nord, la costa Nord, la traversata di ritorno verso Sud, la costa e il ritorno alla capitale, passando e avventurandosi tra distese sabbiose vaste, cascate, laghi, ghiacciai, vulcani e anche immergendosi per qualche bagnetto caldo.

Questa piccola guida si propone di descrivere paesaggi, relax, punti di vista, consigli utili, tempi e difficoltà dei trekking nell’ambito del nostro viaggio, come una sorta di programma.

Tappe principali:

L’arrivo a Reykjavik alle 1.10 circa (ora locale), sancisce l’inizio della nostra esperienza.

Reykjavik

GIORNO 1: Reykjavik-Thingvellir national park-Laugarvatn-Gulfoss-Geysir-Kerlingarfjoll

Difficoltà: FACILE – Durata: 1/1.30 ora per luogo

Primo giorno di trekking leggeri e facili a Thingvellir, zona che attraverso le sue fratture rappresenta, dai grossi e alti muraglioni di basalto, l’area dove divergono le due placche tettoniche principali (Nord America ed Europa) che si vanno allontanando lentamente e dove si può fare un giro con percorso segnalato.

La giornata prosegue a Gullfoss, poco distante da Thingvellir dove si può ammirare una maestosa cascata e mediante un sentiero tracciato si può arrivare ad una piattaforma naturale per ammirare e sentire ancora più da vicino la forza della natura.

Al ritorno la giornata finisce a Geysir con visita dello Strokkur, il famoso geyser che ritmicamente ogni 5/7 minuti mediamente, si ricarica e genera questi getti di vapori improvvisi che affascinano per bellezza, potenza e dinamica. La sera ci spostiamo verso il centro per la traversata, in un’area chiamata Kerlingarfjoll, tra i due ghiacciai di Langjokull e Hofsjokull, dove passeremo due notti.

I primi 3 luoghi fanno parte dell’area chiamata Circolo d’oro.

Gullfoss

Gullfoss

GIORNO 2: Kerlingarfjoll

Difficoltà: MEDIO-DIFFICILE – Durata: il nostro giro ha impiegato circa un 5/6 ore

Passata la prima notte a Kerlingarfjoll, il programma è scalare le vette delle montagne ossidianacee, perciò in fila indiana dopo una leggera salita tra i nevai, si può osservare un’area geotermica adiacente e un panorama a 360 gradi di ghiacciai e table mountains. La salita della vetta è impegnativa, tra ghiaccio e neve, ci siamo aiutati con la piccozza, perciò va affrontata lentamente, cercando di non perdere lo slancio. La salita medio-difficile è fattibile anche dai meno esperti, arrivati in vetta si gode di un bel paesaggio.
Successivamente abbiamo scalato le altre due vette  (abbastanza facili e in poco tempo) fino a godere della vista dei 3 ghiacciai Langjokull, Hofsjokull e Vatnajokull. Una breve pausa e si visita l’area geotermica di Kerlingarfoll subito adiacente (in circa un’ora) osservando le varie formazioni di lave alterate e fumarolizzate con i diversi colori.
Rientro nelle nostre splendide casette dai tetti aguzzi e via alla nostra finta seratina giovane.

Ah… dimenticavo di dirvi che in estate in Islanda non c’è mai buio. Le giornate più lunghe sono tra la fine di Giugno e l’inizio di Luglio, la luce è simile a un tramonto verso mezzanotte.

Kerlingarfjoll

GIORNO 3: Hveravellir-Husavik-Godafoss waterfall-Myvatn area

Difficoltà: FACILE

Oggi nessuna escursione, ma visite e un po’ di divertimento. Proseguiamo verso Nord, dopo 2/2.30 ore si arriva ad Akureyri per fare la spesa, fermata di un’oretta ad ammirare le cascate di Godafosse si prosegue per Husavik nella costa Nord, tre ore di whale whatching e nel pomeriggio arriviamo al lago di Myvatn. Il nostro ostello hraunbrun Guest House a Reykjahlid, dove passeremo due notti, è molto bello, attrezzato, comodo ed accogliente.

Godafoss

GIORNO 4: Area di Krafla e Myvatn

Difficoltà: FACILE – Durata: intera giornata.

Partenza da Reykjahlid, trekking prima sul cratere Viti del Krafla (eruzione 1977-1984) con lago al suo interno, giro del cratere, visita dell’area fumarolizzata adiacente e panorama bellissimo sui tablemountains. Nel pomeriggio divertente camminata sul campo lavico di Leirhnjukur, visita al campo geotermico adiacente e possibilità anche di effettuare bagni termali a Jarbodin, ma noi abbiamo percorso una frattura spettacolare, saliti sulla caldea di Hverfjall, goduto di una splendida vista sull’area di Myvatn e ci siamo immersi nel labirinto di lava di Dimmuborgir.

Cratere Viti

GIORNO 5: Dettifoss-herdubreid-caldera di Askja-Holurhaun (er.2014)

Un’ora sull’Holurhaun e 2 orette ad Askja bastano (magari di più ad Askja se si vuole fare un bagno nelle

Askja

acque calde del cratere).

Cascate di Dettifoss

La traversata centrale al ritorno comprende la visita alle cascate di Dettifoss, bellissime e con un unico e ampio salto, dove non si vede il fondo e sono facilmente raggiungibili dalla strada. Dopo 3 ore abbondanti di bus, ci dirigiamo a Herdubreid, considerata la montagna islandese per eccellenza. La giornata continua scalando prima le lave dell’Holurhaun (frattura lineare del Bardarbunga. er. 2014) più a sud/est, accanto ad Askja e alla fine a circa 60 km

Cascate di Dettifoss

di distanza (due ore di strada dall’Herdubreid) la caldera di Askja,  vasta e parzialmente innevata, larga parecchi chilometri con un lago con acque calde al suo interno, ottimo per ammirare il tramonto in maniera rilassante in un clima prettamente artico con 5 gradi fuori e 40 a mollo. A fine giornata (circa le 1.30 di notte) torniamo a Herdubreid al nostro hut a dormire.

 

GIORNO 6: Herdubreid

Difficoltà: FACILE – Durata: 4/5 ore

Panorama ad Herdubreid

Semplicissima escursione fin sotto l’Herdubreid, camminando sulle lave e ammirando paesaggi sabbiosi e alcune formazioni vulcanologiche. Pomeriggio e serata estremamente tranquilli, ammirando il tramonto alle 00.30 circa tra le nuvole nell’orizzonte. Una delle tante giornate molto variabili e ventose.

GIORNO 7: Sprengisandur

Tutta la giornata è stata impiegata per fare gran parte della traversata centrale verso sud, attraverso una zona compresa tra i due ghiacciai del Vatnajokull e Hofsjokull chiamata Sprengisandur, perchè è una vasta distesa di ceneri e roccette di dimensioni sabbiose. La traversata è ancora lunga e sostiamo per la notte in un bivacco per strada: hut of hiking association nella valle di Nyjadalur.

GIORNO 8: Landmannalaugar

La prima parte della giornata è tutta incentrata sul raggiungimento di Landmannalaugar, si tratta di un altro giorno di viaggio. Il nostro rifugio è bellissimo e attrezzato accanto ad un area camping. Si può fare una breve escursione di un’ora per vedere il bagno termale e la grande piana con una bella colata ossidianacea che passa per fiumi, laghi e montagne colorate. In certe zone è anche possibile ammirare aree fumarolizzate, sublimati di zolfo e un insieme di fiumi che si intrecciano nella piana. Nessuna difficoltà da tutti i punti di vista.

GIORNO 9: Landmannalaugar

Difficoltà: MEDIA – Durata: 6/7 ore (anche a seconda della preparazione del gruppo)

Trekking tra le montagne ossidianacee, colorate e innevate, si possono osservare in lontananza il vulcano Hekla e la vetta più alta della zona, il Torfajokull. Il programma prevede salite e discese per queste montagne tra le più famose al mondo, tra le aree fumarolizzate, campi geotermici e vasti nevai. Il trekking è molto bello ma il meteo molto variabile: sole, vento e pioggia. Tornati a valle ci godiamo una bella doccia e una giocata a carte all’esterno del rifugio, sotto il sole. Possibilità di farsi un bagno termale.

Landmannalaugar

GIORNO 10: frattura Eldja’

Difficoltà: FACILE – Durata: 1/2 ore

Da Landmannalaugar, due ore di strada per la frattura di Eldja, un insieme di fratture lineari facenti parte dell’area Est, un rift lungo 18 Km dove è possibile percorrere una parte del tragitto fino ad arrivare ad una fantastica cascata Ofaerufoss waterfall.

In seguito si continua verso Sud, ammirando il ghiacciaio del Myrdalsjokull con il vulcano Katla. Qui si può vedere anche il ghiacciaio dell’Eyjafjallajokull e il suo vulcano Eyjafjoll (eruzione 2010), in un unico complesso con il già citato vulcano Katla. In zona è possibile visitare la costa di Vik, i puffins a Dyrholaey (seguendo un brevissimo percorso sulla costa) e in lontananza si possono osservare le isole Westmann. Sulla strada per Hella (ultimo stop, dove trascorreremo l’ultima notte) consiglio vivamente di fermarsi a Skogafoss, una bellissima cascata con un unico ed ampio salto e Seljalandsfoss. Consiglio anche qualche foto-stop sulla strada per Hella, per fotografare i vulcani Eyjafjoll, Katla, Hekla e le isole Westmann.
La nostra giornata finisce ad Hella in un piccolo ostello lungo il fiume; in zona è possibile visitare ilLava Centre, museo vulcanologico e molti altri musei ricadenti all’interno del Katla Geopark, sia come attrazioni che come centri informazioni.

Cascata Ofaerufoss

Cascata Ofaerufoss

GIORNO 11: Hella-Reykjavik

Purtroppo questo è il nostro ultimo giorno pieno, la mattina sarà dedicata alla capitale a due ore piene da Hella. Si trascorre la mattinata lungo la via principale di Reykjavik, tra bancarelle e negozi di souvenir, visitiamo la bellissima cattedrale che è una meta imperdibile per la sua architettura che diventa sempre più appuntita verso l’alto. A pranzo un bel panino accompagnato dalla famosa birra Viking e nel pomeriggio una bella nuotata nella piscina comunale (si consiglia Blue Lagoon più a sud, nella penisola di Reykjanes verso l’aeroporto di Keflavik).

Prima del ritorno in aeroporto, cena in un ristorante tipico e poi il bus di ritorno in modo di essere a keflavik per il volo notturno. Dopo circa tre quarti d’ora si arriva all’aeroporto di Keflavik e purtroppo dobbiamo salutare l’ultimo tramonto islandese dopo un commuovente discorso finale da parte dei viaggiatori.

Seljalandsfoss

Seljalandsfoss

 

Cattedrale di Cristo Re, Reykjavik

Questo viaggio richiede grande spirito di adattamento da parte di tutti per poter vivere appieno tutti gli aspetti di questo paese.
Essendo un viaggio avventuroso, bisogna pianificarlo ma allo stesso tempo partire con la consapevolezza che non si sa bene quello che si troverà: dal meteo al dove e se dormirete.
Importante per la traversata centrale è fare la spesa per almeno due volte: ognuna con riserve per 3/4 giorni, una a Reykjavik per l’inizio della traversata e un’altra ad Akureyri (costa Nord) per la seconda parte della traversata, oppure anche a Reykjahlid (ci sono un paio di supermercati, ma ho letto che BONUS è il più economico perché i prezzi in Islanda sono davvero alti).
Che tu ci vada in Jeep, mountain bike (più divertente secondo me), bus o quant’altro, ci si deve sapere adattare al massimo e vivere quei giorni in maniera molto selvaggia. Questo viaggio non è adatto a tutti ma insegna proprio come vivere l’isola. Il prossimo viaggio in Islanda ho deciso di farlo sostando in tenda, ancora più selvaggio e avventuroso. Auguro a tutti di fare questo tipo di avventure perchè ne vale la pena sotto tutti i punti di vista.
Quanto scritto sopra è l’itinerario che ho fatto con il mio gruppo di colleghi e i nostri professori, si propone come una guida da poter seguire con una serie di consigli su dove andare, per chiunque voglia intraprendere un viaggio in questi posti meravigliosi.

Articolo scritto da Giuseppe Marsala 

 




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